Marketing e..., mom

Educare al digitale

Appena uscita da un lungo incontro del Consiglio d’Istituto dell’I.C. A. Manzoni (Cormano) per l’approvazione del Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF) e ancora la mia mente pensa ai tanti temi trattati, alle criticità a cui la scuola va incontro per poter formare i nostri ragazzi in modo che siano pronti ad affrontare con competenza e consapevolezza il loro percorso scolastico.

Non vi sono solo ostacoli, per fortuna, ma anche un bel numero di opportunità  da poter cogliere e tra queste mi ha colpito il progetto di educazione alla multimedialità che fin dalla scuola dell’infanzia avrà il compito di guidarli in quel mondo digitale che fa tanto paura a noi genitori. Analizzando gli aspetti di questo delicato progetto però emergono alcuni dubbi che fino ad oggi hanno reso il mondo del World Wide Web una sorta di argomento tabù da cui tenere lontani i più piccoli.

La necessità di avere un’educazione digitale fin dall’infanzia spaventa noi adulti per ciò che il web nasconde, per la vastità di informazioni alla quale sarebbero esposti i bambini, ci dà la sensazione di abbandonarli in un bosco oscuro pieno di insidie. Il problema in realtà è legato al fatto che troppo spesso lasciamo che Tablet e Smartphone diventino un mezzo per intrattenere i ragazzi mentre abbiamo da sbrigare altre faccende o mentre siamo al ristorante, così da poter stare tranquilli per qualche ora lamentandoci poi perché passano troppo tempo attaccati a quegli “aggeggi infernali”!.

Leggevo proprio qualche giorno fa un articolo che citava il rapporto pubblicato dall’Accademia delle scienze Francese (L’enfant et les ecrans, Le Pommier) composta dai maggiori esperti di pedagogia, psicologia e neuro scienze educative europei, nel quale si mette in risalto l’importanza che può avere l’utilizzo di tablet e smartphone nell’educazione digitale dei bambini più piccoli (0-2 anni) che però non deve veder mancare il supporto costante dei genitori.

Confesso di essere la prima ad avere paura ad esporre bambini e ragazzi all’uso di internet, ma vietare non significa renderli responsabili e consapevoli di quel mezzo di comunicazione che prima o poi si troveranno ad usare. Dargli la possibilità di capire che la loro identità digitale va tutelata e ben gestita, fare quel passo insieme a noi genitori, gli permetterà di non esporsi a tal punto da mettersi in pericolo nel vero senso della parola.

Sempre rifacendomi allo studio sopra citato, si evince che “L’uso ben ponderato di internet e di videogiochi può incrementare le capacità di logica ed attenzione, lavorare con gli schemi interattivi attraverso una lavagna multimediale (Lim) aiuta ad esercitare sia il pensiero intuitivo sia il ragionamento ipotetico-deduttivo-osservazione-ipotesi-manipolazione del reale”.

Attenzione però perché la linea di confine tra l’educazione digitale e l’utilizzo puramente ludico e ricreativo è veramente molto sottile. Il problema nasce proprio da noi adulti, troppo occupati dai mille gruppi che abbiamo formato su whatsapp con i genitori della classe, con quelli del calcio, i colleghi di lavoro, gli amici del fantacalcio etc…nei quali perdiamo tempo importante che potrebbe essere dedicato ad altro.

La scuola sta prendendo in mano questo tema tanto delicato e, a mio parere, dovrebbe condurre genitori e bambini (insieme) verso l’utilizzo più cosciente di questo mezzo, sfruttando persone che nel settore ci lavorano per parlare con loro, dare le informazioni che ora ci sembrano scontate, ma che servono a creare ma soprattutto tutelare la loro brand reputation. Cosa vuol dire? Significa evitare di avere Facebook invaso da profili di tredicenni che pubblicano foto senza criterio nè controllo.

Largo spazio ai momenti scuola/famiglia in cui è possibile condividere attività multimediali anche inserite in giochi e non solo relazioni noiose con tanto di slide e puntatore laser, non servirebbero a niente e vi sarebbe una scarsa partecipazione. Lasciamo che la scuola ci guidi e tuttalpiù suggeriamo dei percorsi ma affidandoci sempre ad esperti senza improvvisarci “digital educatori” che non siamo!

 

 

 

 

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